Il 21 Novembre 2008 a Milano nello studio del notaio Brienza abbiamo costituito
l’Associazione Giancarlo Pagliarini per la riforma federale.
Questa è una libera sintesi dell’atto costitutivo.
Premessa
I soci fondatori della
“Associazione Giancarlo Pagliarini per la riforma federale”
ritengono che il nostro Paese potrà uscire dalle difficoltà che lo attanagliano
soltanto se farà un salto di qualità, adottando una vera Costituzione federale.
Questa riforma, che non ha nulla a che vedere con la legge delega per il recepimento
dell’articolo 119 della Costituzione (delega utile e ben fatta, ma che malgrado
il nome di “federalismo fiscale” non ha assolutamente nulla a che vedere con il
federalismo) è necessaria e urgente perché la Repubblica italiana è sull’orlo del
tracollo.
Nel 1992 per poter pagare gli stipendi dei suoi dipendenti e trasferire all’INPS
le risorse necessarie per pagare le pensioni, lo Stato ha dovuto prelevare soldi
dai conti correnti dei cittadini. Dal 1992 a oggi non sono state fatte le necessarie
riforme, salvo qualche insufficiente aggiustamento sulle pensioni. I costi, come
sempre, sono stati posti a carico dei giovani e delle generazioni future.
Adesso la situazione è molto peggiore del 1992. L’indice di povertà delle famiglie
italiane continua a peggiorare e gli italiani sono sempre più poveri e meno competitivi.
Eppure le caratteristiche intellettuali e culturali delle persone che risiedono
nei confini della Repubblica non sono significativamente diverse da quelle dei nostri concittadini europei. Cultura e intelligenza non ci condannerebbero di certo: il
nostro dramma è che il paese è organizzato male ed è ormai avvitato in un sistema
di "irresponsabilità istituzionalizzata".
Senza una vera riforma federale la Repubblica italiana è destinata "a colare a picco",
preda dello squilibrio sempre più grave fra rendite politiche e rendite di mercato.
E a rimanere alla periferia della storia e anche del semplice progresso civile.
Kenichi Ohmae nel libro del 1994 La fine dello Stato-nazione affermava: "I governi
nazionali tendono tuttora a considerare le differenze tra regione e regione in termini
di tasso o modello di crescita come problemi destabilizzanti che occorre risolvere,
anziché come opportunità da sfruttare. Non si preoccupano di come fare per aiutare
le aree più fiorenti a progredire ulteriormente, bensì pensano a come spillarne
denaro per finanziare il minimo civile.
Si domandano se le politiche che hanno adottato siano le più adatte per controllare
aggregazioni di attività economiche che seguono percorsi di crescita profondamente
diversi. E si preoccupano di proteggere quelle attività contro gli effetti "deformanti"
prodotti dalla circolazione di informazioni, capitali e competenze al di là dei
confini nazionali. In realtà non sono queste le cose di cui ci si deve preoccupare.
Concentrarsi unicamente su questi aspetti significa mirare soprattutto al mantenimento
del controllo centrale, anche a costo di far colare a picco l’intero paese, anziché
adoperarsi per permettere alle singole regioni di svilupparsi e, così facendo, di
fornire l’energia, lo stimolo e il sostegno per coinvolgere anche le altre zone
nel processo di crescita."
La differenza, dunque, non è tra destra e sinistra ma tra statalisti e liberisti,
tra centralisti e autentici federalisti: i danni generati negli
ultimi tempi dai governi "statalisti" di destra e di sinistra sono sotto gli occhi
di tutti.
Sostituire periodicamente un governo centralista, statalista e di sinistra con la
sua fotocopia centralista , statalista ma di destra è semplicemente inutile: per
salvare la Repubblica italiana occorre una profonda riorganizzazione federale del
paese. E’ necessaria una nuova Costituzione con la quale la Repubblica italiana
diventi la Repubblica federale italiana.
Ciò comporta il trasferimento sostanziale di sovranità dallo Stato centrale verso
le entità federate. Questo trasferimento non deve avvenire su basi funzionali ma
deve consistere in un vero e proprio frazionamento di sovranità, attuando un’autentica
divisione del potere. In questi anni invece assistiamo a un mero “decentramento”
che non divide affatto la sovranità. Si limita ad “alleggerirla” in alcune sue funzioni
amministrative e finanziarie., ma mantiene un'unica , illogica, inefficiente e irrazionale
fonte di potere centrale che rende ogni giorno meno competitivo il paese e ne prolunga
l’agonia.
Il paese invece ha bisogno di competizione. Competizione istituzionale e competizione
economica. Serve la competizione delle idee, da cui dipende la nascita di soluzioni
(anche politiche) innovative.
La Costituzione del 1948 deve essere radicalmente riscritta, senza pudori e senza
alcun riguardo per i santini, le icone e i sepolcri imbiancati: non esiste nessuna parte della Costituzione che debba essere considerata “intoccabile” ed eterna. Come
ricordava spesso
Thomas Jefferson: le mani dei morti non possono tracciare il
cammino dei vivi. La nostra Costituzione altro non è che il documento
di compromesso di un’area periferica del pianeta segnata dalla linea di demarcazione
della Guerra Fredda e non avrebbe dovuto sopravvivere un secondo al crollo del muro
di Berlino. Perché sono cambiati lo scenario e le esigenze. Perché è morta la cultura
politica del cattolicesimo popolare e quella marxista, sul cui incontro si basa la Carta del 1948.
La “Repubblica italiana” deve diventare la "Repubblica Federale italiana"; come
ricordava Gianfranco Miglio, l’essenza di una costituzione federale non sta tanto
nel numero di funzioni spostate nella “periferia”, quanto nella capacità delle unità
territoriali (sovrane a tutti gli effetti sul proprio territorio, con competenze
irrevocabili) di “resistere alla naturale tendenza espansiva del potere centrale".
Al potere si resiste solo con il potere: le Regioni federate dovranno essere dotate
dei più sofisticati strumenti costituzionali per opporsi validamente alle lusinghe
o alle minacce di Roma”.
Questo significa un respiro meno provinciale, una società più aperta. Più responsabilità,
più efficienza, più concretezza e più competitività. Perché, sia detto con grande
franchezza,
il federalismo è l’organizzazione razionale di una società che ha
non solo fatto la pace con l’economia di mercato, ma ha anche adottato una logica
competitiva e concorrenziale.
Più "accountability", vuol dire più trasparenza (anche contabile), il che equivale
a sapere sempre “quanto costa e chi lo paga”. I conti chiari porteranno anche alla
fine delle ideologie, le maschere attraverso le quali si formano le "caste" di politici
e burocrati.
E soprattutto meno intermediazione dello Stato e meno liti tra gli "addetti ai lavori”
della politica . Il guaio è che per troppi "addetti ai lavori" è più importante
gestire il potere che servire i cittadini. Questo è, in parte, frutto del sistema,
che incentiva la discussione infinita anziché l’assunzione di responsabilità.
I capisaldi sui quali, a giudizio dei soci fondatori della "Associazione Giancarlo
Pagliarini per la riforma federale", si dovrà costruire il contratto federale della
Repubblica federale italiana sono esposti qui di seguito. Il riferimento allo “
Stato”
è utilizzato per rendere più chiari i cambiamenti. Naturalmente quando l’Italia sarà una Repubblica federale lo Stato italiano sarà sostituito dalla
Federazione
italiana.
Giacché uno Stato non potrà mai essere federale.
Primo. Ridurre il peso della
"intermediazione" statale. Le Regioni e gli enti locali non dovranno
aspettare in ginocchio di ricevere trasferimenti ed elemosine dallo Stato (dalla
Federazione). I soldi delle tasse,
infatti, non saranno più dello Stato, come dichiarano
oggi gli statalisti, sia di destra che di sinistra quando affermano che "le tasse
non sono a dimensione regionale ma nazionale". Dovrà essere vero il contrario: lo
Stato (la Federazione) dovrà operare come fornitore di servizi ai cittadini. I soldi
delle tasse saranno del territorio che ne trasferirà una parte allo Stato (alla
Federazione) per comperarne i servizi: esercito, presidenza della Repubblica federale,
Parlamento eccetera. I cittadini, a differenza di oggi, saranno più rispettati e
diventeranno più consapevoli. Quando pagheranno per i servizi che ricevono dallo
Stato (dalla Federazione) si chiederanno immediatamente se questi servizi ci sono
e se valgono i soldi che stanno pagando. Così capiranno meglio, perché lo toccheranno
con mano, se effettivamente stanno “comperando” servizi dallo Stato (dalla Federazione)
oppure se con quei soldi stanno invece mantenendo le “caste” dei politici, dei burocrati,
di quelli che non vogliono le liberalizzazioni e dei tanti altri mantenuti dalla
collettività. Inoltre l’estensione dei servizi resi direttamente dallo Stato (dalla
Federazione) sarà drasticamente ridotta, in quanto oggi il settore pubblico fornisce
un’infinità di servizi che potrebbero essere offerti, con una qualità superiore
e a un costo inferiore, dal mercato.
Secondo. Come tutti i fornitori
anche lo Stato (la Federazione) , salvo pochissime attività, non potrà agire in
regime di monopolio. Infatti senza concorrenza i suoi servizi (istruzione
o sistema pensionistico, per esempio) non potranno che continuare a essere non sempre
di buona qualità e insostenibilmente costosi. Con la riforma che proponiamo alcuni
poteri, responsabilità e risorse finanziarie non saranno più, come oggi, di uno
dei componenti della Repubblica (lo Stato), ma saranno di altri componenti (le Regioni
e i Comuni). L’organizzazione della Repubblica sarà modificata e resa più responsabile
e più efficiente. Alle tante “caste” del Paese questa proposta non va bene perché
da sempre utilizzano lo Stato per gestire il potere. Questa proposta modifica la
mappa del potere: lo toglie alle “caste” dei politici e dei burocrati e lo trasferisce
più vicino ai cittadini. La ricetta che i fondatori della “Associazione Giancarlo
Pagliarini per la riforma federale” propongono è, in breve: più concorrenza nei
servizi pubblici; meno Stato nei mercati concorrenziali.
Terzo: la regola della parità.
Lo Stato (la Federazione), le Regioni e i Comuni dovranno avere identica dignità.
Sarà necessario identificare i compiti legislativi (la identificazione dei grandi
principi) e i pochi compiti operativi (per esempio l’esercito) dello Stato (della
Federazione) . Tutte le altre leggi e tutti gli altri compiti operativi dovranno
essere responsabilità delle singole Regioni in concorrenza tra di loro.
Quarto. La competizione.
Questo è il cuore della riforma: con questo principio si genera responsabilità ed
efficienza. Abbiamo scritto che “tutte le altre leggi e tutti gli altri compiti
operativi dovranno essere responsabilità delle singole Regioni in concorrenza tra
di loro.” Questo riguarderà tutte le leggi di attuazione dei grandi principi presenti
nella Costituzione e via via indicati dalle leggi dello Stato (della Federazione)
. E riguarderà anche le tasse. Con le tasse nazionali si pagheranno i servizi dello
Stato (della Federazione) e si metteranno risorse in un piatto comune per finanziare
interventi finalizzati a ridurre la dipendenza di tutte le Regioni dal centro. Mai
l’assistenzialismo. Tutte le altre tasse saranno stabilite e gestite dalle Regioni
in concorrenza tra di loro. Questo è il principio della concorrenza fiscale tra
le Regioni. Nelle Regioni dove si deciderà di dare direttamente tanti servizi ai
residenti (cittadini, imprese, associazioni ecc) la pressione fiscale sarà ovviamente
superiore alla pressione delle Regioni dove gli amministratori opereranno in modo
più oculato, oppure decideranno di dare meno servizi, oppure sapranno coinvolgere
in modo più intelligente ed economico di altre regioni i privati. Ferma restando
la tutela dei diritti civili e sociali di tutti i cittadini, che non dovranno però
essere finanziati col debito pubblico e fatti pagare alle generazioni future, come
è stato fatto finora. Dovrà essere pubblicata la classifica della “pressione fiscale”
nelle Regioni.
Non sarà "caos" ma sarà gara a chi amministra meglio,
a chi saprà applicare nel modo più efficace il principio di sussidiarietà, a chi
riuscirà meglio a delegare, responsabilizzare e controllare.
Sarà gara a dove la qualità della vita è migliore, a dove si attirano più investimenti e a dove c'è più sicurezza e meno ladri a piede libero. Inoltre, a differenza di
quanto afferma la Costituzione attuale, dovrà essere consentito anche il ricorso
allo strumento referendario (senza quorum) su decisioni di bilancio (prelievo e
spesa), con effetto vincolante, per riportare al centro delle scelte il cittadino
sovrano.
Quinto. Responsabilità.
Quello che abbiamo descritto modificherà l’assetto della Repubblica e cancellerà
finalmente il principio della “irresponsabilità istituzionalizzata” che ha caratterizzato
per troppi anni la nostra vita pubblica, facendoci rotolare agli ultimi posti di
tutti i più importanti confronti internazionali, dall’indice di libertà economiche
della Heritage Foundation alla classifica di competitività del World Economic Forum.
Non è mai colpa di nessuno e chi sbaglia non paga mai.
Ecco perché non basta
cambiare governi e membri del Parlamento: è necessaria una diversa organizzazione
del paese.
Sesto. Perequazione.
La perequazione non si dovrà trasformare nella tomba dell’efficienza, dell’innovazione
e della libera impresa.
Ci sarà una tassa nazionale destinata a finanziare i fondi
di perequazione che funzioneranno con forme di collaborazione verticale (con il
centro) e orizzontale (tra le Regioni). Per la perequazione verticale dovrà essere
individuato un indice per il rilevamento dei potenziali finanziari di risorse e
imposte a livello regionale che consentirà di classificare le Regioni in forti e
deboli.
I calcoli saranno sempre effettuati sulla base del “potere d’acquisto”
e saranno aggiustati con le stime dell’ evasione fiscale. Le Regioni deboli riceveranno
dalle Regioni forti mezzi finanziari a destinazione non vincolata, in modo da garantire
la piena sovranità regionale sulle spese e gli investimenti, realizzando così la
perequazione orizzontale delle risorse; altrettanto farà lo Stato (la Federazione),
realizzando in questo modo la perequazione verticale delle risorse. Così facendo
saranno rispettate sia la sovranità regionale (principio fondamentale del federalismo)
che la concorrenza fiscale tra le Regioni. Infine la compensazione degli oneri da
parte dello Stato (da parte della Federazione) permetterà di indennizzare gli oneri
strutturali cui le Regioni (tanto quelle forti che quelle deboli) devono far fronte
e su cui non possono influire (come le condizioni orografiche o particolari condizioni
demografiche).
Settimo. Trasparenza.
E’ un punto cruciale, un altro tratto saliente del federalismo. E’ fondamentale
che i cittadini siano informati, consapevoli e convinti. La trasparenza dovrà essere
uno dei principi cardini della nuova costituzione federale.
Sette punti, per una profonda rivoluzione del Paese che finalmente trasformi le
diversità del nostro territorio in uno straordinario vantaggio competitivo nel mondo
globalizzato: perché questo progetto si trasformi in una scelta culturale e successivamente
in una più consapevole scelta politica abbiamo costituito la “Associazione Giancarlo
Pagliarini per la riforma federale”. Poiché la riforma federale non è né di destra,
né di sinistra, i soci fondatori hanno dichiarato che nessuno di essi, all’atto
della costituzione dell’associazione, risulta iscritto ad alcun partito (Articolo
6 dello Statuto). E, tuttavia, come diceva spesso Gianfranco Miglio: “
farei
un patto anche col diavolo pur di ottenere un assetto federale di governo”.
L'associazione non ha limiti di tempo e si scioglierà quando la Repubblica italiana
si trasformerà in una Repubblica Federale
A livello accademico, divulgativo e politico l’Associazione tratterà i temi delle
riforme finalizzate alle realizzazione della Repubblica Federale italiana e dell’Europa
dei popoli e di conseguenza i temi, strettamente connessi, della globalizzazione,
del mercato, della società aperta e dei diritti individuali.
Si attiverà per la costituzione di comitati e gruppi di lavoro che agiranno secondo
specifici settori di competenza, svolgendo anche opera di sensibilizzazione dei
pubblici poteri. Istituirà borse di studio per finanziare ricerche. Potrà decidere
di federarsi con altre associazioni ed anche con uno o più partiti politici che
condividano gli obiettivi e lo schema descritto nella premessa.
Per il primo triennio, il Consiglio Direttivo ha eletto:
- ALESSANDRO VITALE, Presidente;
- LUIGI MARCO BASSANI, Vice Presidente;
- GIANCARLO PAGLIARINI, Segretario;
- CHIARA MARIA BATTISTONI, Tesoriere
Soci fondatori:Luigi Marco Bassani, Chiara Maria Battistoni, Giancarlo
Pagliarini, Alessandro Vitale
Soci onorari: Francesco Tabladini, Carlo Stagnaro, Carlo Lottieri